domenica 11 novembre 2007

La rivalsa del produttivo Zoe - DUE

- DUE -
o il K cazzone

Che fosse un produttivo fuori dal comune lo sapevano tutti, ma che addirittura riuscisse a scappare dall'Aldiquà, beh, nessuno l'aveva immaginato. Quando mi diedero la notizia ero nella stanza degli interrogatori a mettere con le spalle al muro uno schifoso angelo che si presupponeva avesse rubato addirittura 3 VB di nuvole. Ero poliziotto prima di morire, e come eccezione, dopo la mia morte, avvenuta dopo un complotto ideato e messo in atto (ovviamente, visto che sono qui) da mia moglie e dal suo amante di merda, mi hanno lasciato l'esperienza da poliziotto pensando che potesse tornarmi utile qui. Dopo 200 anni, il capo della K vecchio non ne voleva più sapere di furti di VB, demoni che si travestono per rubarci gli angeli e complotti di lignaggi. Sì perché qui sono gli unici tre reati. Furti, furti, complotti.
- Allora, dov'era nella notte di ieri?
- Ancora?! Mi sono stancato di dirglielo, signor capoangelo.
- ..non mi chiami così.
- E lei non mi faccia sempre e solo le domande a cui ho già risposto.

Eravamo faccia a faccia, a pochi centimetri di distanza. Che era stato lui lo sapevo, ce lo aveva stampato in faccia. Chi non c'entra niente ci pensa un po' su prima di dar la risposta, quello lì era troppo veloce a rispondere. Il capo, però, mi aveva dato carta bianca quindi me la potevo spassare. Non era spaventato, per niente. In effetti, con la sua stazza e la sua apertura d'ali neanche io lo sarei stato. Era magrino ma aveva due spalle che potevano stare in due zone della città contemporaneamente.
- Sa, i 3 VB di nuvole erano in una zona in cui il capo non vuole che si gironzoli neanche.
Ero seduto sulla scrivania grigio chiaro, stesso colore delle pareti, delle fottute sedie e della mia divisa. Mi alzai, lui non parlava. Si guardava le mani, che muoveva come se avesse qualcosa tra le dita.
- Vede - lo dissi guardando la sua testa che guardava in basso - il problema è che io questo lavoro non voglio farlo.
Mi mossi, andai verso la parete di fronte al tizio. Cazzo, lì non c'erano porte come le stanze per gli interrogatori della terra. Qui la gente veniva catturata senza avere la possibilità di scappare. Usavano i lignaggi del gruppo P, che avevano poteri mentali forti da bloccare ogni movimento. Così non c'è il divertimento. Come noi dovremmo prendere i cattivi, loro avrebbero tutto il diritto di scappare per un po' di tempo. A patto che dopo si lascino prendere. Dicevo, che le stanze sono senza porta. O almeno, la porta c'è, ma cambia posizione ogni tre secondi. Nessuno può vederla perché è dello stesso colore delle pareti. In pratica è come se fossero degli ologrammi. Cose da aldiquà.
Sospirai, girai la testa, lo guardai negli occhi, mi guardava. Mi mossi, verso di lui e mi fermai prima del tavolo. Lui mi seguì con lo sguardo per tutto il tragitto.
- Dov'era nella notte di ieri?
Lui mi guardò, era serio e un po' spaventato.
- In giro, con amici.
- Ho parlato con i suoi amici, dicono che lei è andato presto nella sua residenza.
- Voglio un diavolo.
- Le ripeto che il capo non vuole neanche che si gironzoli in quel posto - mi piegai verso di lui appoggiandomi sul tavolo - lei ora non ha diritti - dissi bisbigliando.
Faceva tutto parte della finta per spaventarlo. Una situazione messa in loop, come la mia vita sulla terra. Iniziava a tremare. Io mi rimisi eretto, lui abbassò il capo.
- Il problema è che questo lavoro non mi piace, la penso come ogni angelo che vive e lavora in questo posto del cazzo. Il problema è che sono bravo in quello che faccio, il migliore dei due mondi dell'aldiquà, ed è per questo che non vengo mai punito - non mi guardava, feci una pausa, lui sorpreso alzò la testa e mi guardò - per come strappo le informazioni.
Alzai la testa in alto, chiusi gli occhi. Con un gesto della mano nell'aria scaraventai il tavolo sul muro. Si ruppe, e subito si aggiustò. Non c'è divertimento, qui. Lui cadde dalla sedia, indietro. Mi alzai da terra, pochi centimetri. Lui era a terra che mi guardava terrorizzato. Iniziai a respirare rumorosamente, in realtà potevo spaventarlo con molto meno, ma mi piaceva terrorizzarli così. C'è un ché di spaventoso in questo, ma è una cosa vera, perché mentire?
- Ok, ok ok... sono stato io, ma con me c'erano anche i miei amici, solo che erano fuori dal cancello e i P non li hanno visti..la prego, non mi strappi una piuma...la prego...!!
Aveva chiuso gli occhi e piangeva. Si copriva la faccia con le mani, come se avessero potuto difenderlo.
Subito smisi. Tornai coi piedi per terra e mi schiarii la voce.
- La ringrazio - dissi.
Il tavolo tornò a posto con la sedia, al centro della stanza. Lui aveva ancora una gamba sullo schienale della sedia e quasi cadde quando questa si spostò per tornare a posto. Camminai verso un angolo, lui mi guardava ancora incredulo.
- Cosa mi aspetta?
- Ora che ha confessato di aver rubato, signore, ha il diritto di essere difeso da un diavolo. Se non può permetterselo le verrà asse..
- Signore!
Un angelo assistente era entrato in sala, con un foglio in mano. Era affannato e stanco.
- Che hai fatto, hai corso? - dissi incredulo. Qui tutti volano, scansafatiche del cazzo.
- Signore.. - e ansimava - codice rosso...ehm, sì - e respirava forte - ho corso.
Mi diede il foglio in mano. Rosso, in pochi potevano leggere quel foglio. Io lo potevo leggere perché strappavo piume senza rimpianti. Lo lessi.
- Allora, signore?
A terra c'era ancora il tizio, e anche lui mi guardava con sguardo spaventato.
- E' fuggito un VEN, dopo che era stato catturato dai K superiori.
Le loro due facce si pietrificarono. Non ansimava più, l'angioletto.
- Di che lettera? - disse il tizio a terra.
- E' fuggito Zoe.

-

L'unica cosa che pensavo mentre pisciavo era cosa avrei detto al gruppo di tuniche bianche che mi aspettava nell'altra stanza. Qui nessuno piscia, ma mi piace continuare a farlo. Tutte clausole extra che ho fatto aggiungere dal capo nel mio contratto per lavorare nei K. A quanto pare ero sul serio bravo sulla terra per questi qua. Lavoro come caposquadra dei K da almeno settant'anni. Ho fatto cambiare io il nome della polizia in K, prima si chiamavano 'angeli buoni'. Una vaccata di nome, insomma. Un K era l'angelo che prima era il capo, e io mi scocciavo di pensare a un nome e allora vada per K. Quando mi chiedono perché K io li mando a fanculo, e loro mi chiedono dov'è fanculo. Una volta uno appena morto si ricordava ancora del fanculo, e così continuò con la storia della K, allora io dissi che siamo la cappa di una cucina enorme che aspira tutto il negativo che c'è in questo cazzo di aldiquà. Lui rise, allora lo rimandai a fanculo.
Tornai nella sala riunioni. C'erano i due CUSVEN, Adamo ed Eva, che non sono quelli della mela e il serpente e cagate varie, ma sono i due moderatori dei due gruppi di angeli che lavorano per il capo. Cioè, non posso dirvi tutti i segreti in codice rosso dell'aldiquà. Qui c'è il capo e sotto di lui vari gruppi che offrono vari servizi. Ci sono i K, il gruppo degli angeli CUS e VEN, gli SPAZ. Poi c'è l'organizzazione Plis, che è seconda solo al capo. E', diciamo, la sua voce, i suoi schiavi, i suoi leccaculo. E noi, tutti gruppi secondari, dobbiamo rendere conto a loro. A capo di Plis c'è Sueg, anche lui era presente alla riunione. Un tipo pelato che sfruttava ogni goccia della sua autorità e potere per essere un cazzone antipatico. Ma io sono intoccabile.
- Allora, ha già pensato un piano per catturarlo? - fece il pelato.
Io lo guardai e sorrisi, allungai la mano verso il mio assistente per farmi dare i primi piani che avevamo pensato, lui subito me li diede.
- In realtà sì, ma ci servono almeno cinquanta VEN.
- E' escluso - disse Adamo - che poi, per che angelo l'ha preso?
- Uno Z.
- Beh, Z o no è uno. cinquanta son troppi. Dai Plis arrivano ogni giorno nuove trasferte da fare, e mi servono i VEN. Al massimo gliene dò due.
- Due sono pochi.
- Sono anche troppi - mi guardò con segno di sfida - per catturarne uno.
- Adamo, io credo che neanche cinquanta basterebbero per strappargli solo una piuma.
- Non è mica il capo, Ugolina. - il pelato sorrise.
- Lo so - replicai - ma è Zoe, sappiamo tutti che trasferte ha compiuto.
- Io credo - disse Eva - che abbia ragione. Insomma, a quanto ne sappiamo è forte. Ernesto gli ha dato una matricola ventuno, è riuscito a scappare dai K dopo che l'hanno catturato e in più è sulla terra e non riusciamo a trovarlo. Giove ha occhi in tutto il cielo, e non l'ha visto.
- E' furbo, Sueg. - feci poggiandomi al tavolo.
Sueg sospirò.
- Ti concedo due D e un E e quanti CUS vuoi - disse - ma lo voglio senza piume prima della prossima alba.
- E così sarà.

-

- Come fai a sapere che mi chiamo Beth?
Smisi di farmi coprire il viso dai capelli lunghi, mi girai verso di lei. Lei smise di respirare.
- Perché prima che morissi, eri la mia ragazza.


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sabato 29 settembre 2007

La ricerca dello specchio - Capitolo 1 - i problemi notturni - seconda parte

- Scema! Si anche io non ti voglio vedere più
- Non è uno scherzo. Non sto scherzando.
Un leggero brivido salì sulla schiena di Luca. Si sentiva spaesato, non riusciva a capire.
- Sara ma che cavolo dici?
- Luca, non so come spiegartelo! Non so niente! Volevo non dirtelo per non farti stare male, volevo risolvere tutto da sola senza far finire niente.
- Cosa volevi risolvere?
Nessuna risposta. Dalla cornetta si sentiva un leggero fruscio. Luca preso dalla rabbia rispose:
- Sara! Rispondi! Cosa volevi risolvere? - Non so più se stare con te!
- Non sai più se stare con me? Non sai più se stare con me? Come cazzo fai a dire di amarmi e dopo dieci secondi mi dici questo?
Luca incominciò ad alzare la voce, poi vedendo l’orario dalla sveglia sul comodino moderò il suo tono.
- Non ho detto che non ti amo
- Ah no! E scusa cosa vorresti dire? Non sai se stare con me però mi ami… ah ho capito, ho capito.
- Non so più niente! non lo so. Speravo di non arrivare a questo punto. Speravo di capire che era solo uno pensiero sbagliato entrato nella mia testa per alcuni secondi. Ma non è stato così. Non riesco più a recitare, a mentirti.
- Ma stai dicendo sul serio?
Luca si sentiva spento! Di solito quando aveva un problema si rifugiava nelle braccia di Sara, ma ora, ora era Sara il problema. Era come se tutto il mondo si fosse spento.
- Si! E andare avanti per me sarebbe impossibile, devo pensare, devo riflettere.
- Non lo so! Non riesco a capire. Scommetto che stasera hai chiamato per dirmi questo
- Si!
- Ma come fai ad essere così falsa? A dirmi delle cose che poi non pensi. Come fai?
Ecco cosa combina l’amore. Diventa una cosa così bella! Così importante. Ti porta all’illusione che non finisca mai! E si casca nella trappola. Non puoi muoverti, sei intrappolato, vuoi scappare…
- Infatti non ci sono riuscita. Te lo dovevo dire. E non credere che io ora non stia male, anzi! Sto molto male. Ma ho bisogno di tempo. Sai quanti problemi ho! Sai come mi sento. E tra la famiglia, la scuola, e te, sei l’unica cosa a cui posso rinunciare
- E getti via l’amore così? Soltanto perché hai dei problemi con la scuola e la famiglia?
- Non è solo questo. Qualcosa è cambiato in me per te! E lo so. Volevo auto convincermi che non era vero.
- Non me ne frega! Aspetto! Perché io non voglio, e non posso far finire tutto così! Non ha senso
Gli occhi di Luca erano lucidi. Trattenevano milioni di lacrime, voleva scoppiare, distruggere tutto. Era come se quel libro che racchiudeva quella favola stesse per bruciare, e lui faceva di tutto per spegnere il fuoco. Ma la realtà era più forte!
- Non so cosa farò! In questo modo finisci col distruggerti da solo
- E cosa devo fare? Il mio amore non è finito, non voglio farlo finire. Sei tu che lo vuoi non io. E scusami se non riesco a crederci, ma è come se il cuore mi fosse stato strappato dal petto e calpestato miliardi di volte.
Per l’ennesima volta è il silenzio a fare il suo gioco, fino a quando Sara lentamente posa la cornetta! Piange! e senza farsi notare dai suoi genitori entra in bagno. Accende la luce, e sul pavimento si formano le ombre. Si siede sul bordo della vasca e abbassa la testa. Si sentiva un verme! Come aveva potuto fare questo? Lei, che lo amava più di se stessa, aveva fatto finire tutto. Cercava una risposta a quelle domande. Intanto Luca lentamente! Con lo sguardo fisso sulla finestra, capisce che la sua mente, ora che dovrebbe essere piena di pensieri, è vuota, come se qualcono l’avesse svuotata. Poi cede, e la pioggia non si trovava solo fuori, ma anche nella sua camera. Incomincia a piangere.
Sara si guarda allo specchio, capisce che Luca sta male, ma quella era l’unica soluzione. Poi apre la fontana e si bagna gli occhi ormai diventati due palloncini rossi! Alza la testa e prendendo l’asciugamano alle sue spalle, si asciuga. Intanto alcune gocce cadono sui suoi piedi. Poggia la mano sullo specchio come per coprire la sua faccia. Un leggero brivido percorre tutto il suo corpo. Un forte vento l’avvolge e ad un tratto si trova nel buio. Niente più la circonda.
- Dove mi trovo?

(Continua…)

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venerdì 28 settembre 2007

Banana Blues - 2 -

Fare la valigia è come cercare di prevedere il futuro.
Avrò freddo? Caldo? Mi verrà voglia di mettere la maglietta rossa o quella blu? Incontrerò una donna interessante? Meglio tirar fuori dal cassetto la camicia bianca.
Ci vorrebbe un oroscopo del viaggiatore: i nati del vostro segno si strapperanno i pantaloni giovedì: portare solo boxer senza disegni osceni.
Chissà quanti calzini mette in valigia, William Phoogle? Forse nemmeno uno.
Forse quando deve viaggiare chiama il Finley della scudostazione d'arrivo e ordina sole. E vento leggero per far svolazzare le falde della giacca rossa e gialla.


BANANA BLUES - capitolo secondo

- Ha cambiato le tende.
Alzo la testa dalla scatola del dentifricio.
- Chi?
Libo gira con uno scatto secco la rotella dei suoi Pseudoflex.
- Lei. Magari lo ha fatto per me. Per mandarmi un messaggio.
Guardo distrattamente la casa di fronte: la finestra della signorina Bell è nascosta da uno strato verde scuro.
- Una cosa tipo 'piantala di spiarmi, brutto maniaco?'
Libo sbuffa, sedendosi vicino a me.
- Ma no. Una cosa tipo 'ho notato che nelle ultime due settimane avevi su un maglione verde scuro'.
Alzo gli occhi al cielo.
- Fossi in te spererei che non si sia accorta che son due settimane che non ti cambi i vestiti - dico, chiudendo con un schiocco secco la valigia rigida, persa nel caos della mia scrivania.
Libo si volta e mi guarda.
I suoi Pseudoflex scattano di nuovo, come avessero vita propria. Possibile che mi continui a dimenticare di che colore ha gli occhi mio fratello?
- Tu non capisci - risponde, tormentandosi i capelli arruffati.
Sorrido.
- Lo so - dico.

Ho deciso di noleggiare una monovolante al garage in centro.
Nova Due è a quattro ore, se mi metto in viaggio adesso.
Ci sono già stato un'altra volta, la strada non è difficile: un buon tergisabbia e un pieno di carburante sono tutto ciò che mi serve. Entro questa sera dormirò sotto una diversa scudostazione. Mi piace, anche solo l'idea. Quanto tempo è passato dall'ultima volta?
Libo mi accompagna saltellando dallo skatefly al marciapiede, tanto per scaricare la tensione.
Nell'ufficio metallico tutto sembra efficiente, lucido, pulito, nemmeno una ditata o uno sbaffo di polvere sui monitor, il pavimento con un sottile riflesso argentato a rispecchiare il sole di tarda mattinata.
La segretaria, bionda, ha un sorriso perfetto.
I suoi guanti tattili sono neri, eleganti, volano sulla tastiera senza sosta, anche mentre parla con me.
E' molto bella. Qualcosa nel suo cravattino lucido mi fa pensare alla mia camicia bianca, piegata nella valigia appoggiata ai miei piedi.
Scelgo una monovolante amaranto, ultimo modello sul mercato: ottimi tergisabbia e gran serbatoio, proprio come volevo.
Non amo particolarmente guidare.
La mia ultima ragazza diceva che è perché sono claustrofobico.
Non è vero. Non credo, almeno.
E' solo che mi sento già fin troppo in trappola all'idea di quel tetto di vetro che non posso vedere ma incombe sempre sopra la mia testa. Perché dovrei ridurre il mio spazio ancora di più?
Nemmeno la velocità, la sensazione dell'aria sotto gli alettoni, mi provoca quel brivido di cui molti parlano.
Che piacere posso trarre dal sapere che fuori l'aria sbatte contro i miei vetri al titanio se nemmeno un po' di quel vento mi tocca la punta del naso? Sentire le mie gambe che si muovono morbide sull'asfalto mi fa sentire molto più vivo.
Una monovolante corazzata, una scorta di ossigeno e un navigatore radar sono però l'unico modo per muoversi da una scudostazione all'altra, e per quanto volare sopra il deserto del mondo esterno mi metta sempre una certa tristezza, questa volta spero possa essere diverso.

- Ecco il totale, assicurazione compresa.
Mentre inserisco la mia carta di credito nel lettore, la segretaria si volta verso Libo.
- Non farà mica guidare lui, vero? - chiede, a voce troppo alta, mentre una ruga le spacca in due la fronte.
Mio fratello ha un sussulto. Sulla porta, a metà tra il binario dei vetri scorrevoli bloccati dal suo piede sullo skatefly e la strada rumorosa di voci, il sole si specchia nei suoi Pseudoflex, due pozzi di luce al posto degli occhi.
Stringo le labbra.
- No. Viaggio solo - dico.
E sbatto la mia patente magnetica sul bancone, spingendola verso di lei.
Non mi sembra più così bella. Non da camicia bianca di sicuro.

Quando Libo non ha superato l'esame per la patente di volo, non ne abbiamo parlato molto.
Troppe poche diottrie, hanno detto. E punto.
Io cerco di non pensarci, ma so che se non fosse per quegli stupidi Pseudoflex sulla punta del naso, forse andrebbe a bussare alla porta della signorina Bell, tende o non tende.
Per me è diverso. Io sono felice, di stare in silenzio.
A volte, addirittura, ci sono giorni in cui vorrei che non avessero mai inventato l'Auditum, giorni in cui ascoltare i discorsi della gente mi fa desiderare di essere sordo davvero, completamente.
Penso al professore di Nova Due. Penso al suo discorso sulle piante.
Chissà se le sue idee folli sono fondate, chissà se un giorno Libo potrà guidare qualcosa di più serio di uno skatefly?

Esco dal grande portone metallico, volteggiando lento, tanto per riprendere la mano coi comandi.
- Allora...
Libo non mi guarda, mentre lo lascio vicino al portone di casa.
- Allora torno presto - dico.
Lui scuote la testa, come per scrollarsi di dosso un'idea fastidiosa.
- Secondo me arrivi che lo hanno già internato, quello lì. Altro che bandane.
- Banane. E comunque sì, è probabile - sorrido - Cosa vuoi che ti porti, come souvenir?
Mio fratello sbuffa e apre lo sportello.
- Niente. Anzi: fatti internare anche tu, se ci riesci, così mi prendo la tua stanza.
E con uno scatto agile sparisce oltre il doppio vetro al titanio.

All'uscita della scudostazione, mentre i funzionari in divisa blu controllano i miei documenti, mi sento nervoso.
Ho scritto una e-mail al professor Postacchini, o almeno, a quello che sull'elenco videofonico sembrava essere lui. Una risposta automatica mi ha dato indirizzo e contatto vocale, ma preferisco arrivare là, prima di chiamarlo.
Non voglio perdere il mio entusiasmo. Se scoprissi che è tutta una montatura giornalistica, o che lo hanno davvero già internato come dice Libo, non partirei nemmeno più. Invece ne ho bisogno. E se qualcosa andrà storto potrò sempre dire di essermi fatto una vacanza.
I grandi portoni della scudostazione si aprono, lenti e maestosi: sono fuori.

Tra una scudostazione e l'altra non esiste nulla. Non esiste più nulla.
Dopo la Grande Distruzione, le radiazioni hanno devastato ogni centimetro del pianeta, uccidendo ogni essere vivente che non si fosse premunito in tempo e riducendo tutto il resto a spettri e rovine.
Gli uomini hanno raccolto le energie e le conoscenze rimaste e hanno costruito nuove città, gigantesche caverne di vetro e acciaio con microclima filtrato e sterilizzato. Si sono rintanati tra loro, hanno messo cerotti sulle ferite e nuovi processori ai loro computer.
In pochi hanno cercato di non farsi fregare dalla paura.
Ogni cosa che sembrava anche solo potenzialmente pericolosa, è stata eliminata.
Le piante. Gli animali.
Non è stato così terribile, credo. Semplicemente siamo diventati bravi a dimenticare.
Al calore del sole abbiamo sostituito il calore delle nostre invenzioni: dove la natura martoriata non riusciva più a soddisfare i nostri bisogni, là abbiamo messo una macchina.
Macchine per sentire. Per vedere. Per toccare.
Eliminato tutto ciò che non era necessario, ridotti i piaceri futili all'osso, ci siamo concentrati su ciò che poteva garantirci di vivere in un mondo dove il sole, il sole vero, è ormai offuscato dalle sabbie radioattive.
Mio padre diceva che dimenticarci di ricordare ci avrebbe portati a un punto di non ritorno.
- Siamo una razza in via d'estinzione - diceva - Il nostro tempo è scaduto.
Forse aveva ragione lui.
Io, però, ho sempre pensato che il tempo in fondo non è nulla più di un'illusione, come la pioggia programmata di Finley o il sorriso beffardo di Phoogle.
Tutti viviamo facendo progetti per il futuro, senza accorgerci che in realtà il futuro non esiste, che non lo raggiungeremo mai: il presente è l'unica cosa che possiamo toccare, ed è su questo che dovremmo concentrarci.
In questo nostro ultimo respiro di civiltà, io non so se ci sarà un domani, non posso saperlo e non voglio più aspettarlo: per questo sono partito. Per inseguire quel desiderio sulla punta della lingua con cui mi sono svegliato una mattina. Che sapore avrà una banana?
Ho bisogno di scoprirlo.

Mentre guido, mi scorrono brividi sudati lungo la schiena.
Volo veloce, con la mascella tesa.
Fuori dal mio finestrino è come fosse notte, la luce oscurata dal pulviscolo costante.
E' assurdo pensare che tra me e la morte certa per asfissia (o peggio) ci sia solo un sottile strato di carrozzeria al titanio.
Mi sento indifeso.
Eppure sono fuori, sono consapevole che oltre il tetto trasparente c'è il cielo, seppure ancora invisibile: il cielo vero, con le stelle vere, il sole, e tutto l'universo. Infinito, perso per sempre eppure così straordinariamente reale.
I polmoni mi si riempiono, è come un fiume di gioia che mi taglia il respiro: sono fuori. Fuori!
Schiaccio il pedale dell'acceleratore, sorridendo.
Abbasso gli occhi distratti sul navigatore radar per controllare la direzione.
E me ne accorgo.
A poca distanza dal mio puntino lampeggiante, il radar è nero.
Sterzo con uno scatto violento per evitare l'ombra scura che è apparsa all'improvviso.
Troppo tardi.

Mentre la monovolante gira su se stessa penso a quello che mi hanno sempre fatto credere.
La cosa che ti passa la vita davanti e rivedi le persone care. Tutte stronzate.
E se l'attimo prima di morire dovrebbe essere chiarificatore e sadicamente illuminante, rivelandomi il senso della vita quando ormai è troppo tardi per farne tesoro, l'unica cosa che riesco a pensare ora è: ''cazzo, sta succedendo davvero?''

In un rombo di sabbia e rocce, mi schianto sul terreno.

(continua)

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