venerdì 28 settembre 2007

Banana Blues - 2 -

Fare la valigia è come cercare di prevedere il futuro.
Avrò freddo? Caldo? Mi verrà voglia di mettere la maglietta rossa o quella blu? Incontrerò una donna interessante? Meglio tirar fuori dal cassetto la camicia bianca.
Ci vorrebbe un oroscopo del viaggiatore: i nati del vostro segno si strapperanno i pantaloni giovedì: portare solo boxer senza disegni osceni.
Chissà quanti calzini mette in valigia, William Phoogle? Forse nemmeno uno.
Forse quando deve viaggiare chiama il Finley della scudostazione d'arrivo e ordina sole. E vento leggero per far svolazzare le falde della giacca rossa e gialla.


BANANA BLUES - capitolo secondo

- Ha cambiato le tende.
Alzo la testa dalla scatola del dentifricio.
- Chi?
Libo gira con uno scatto secco la rotella dei suoi Pseudoflex.
- Lei. Magari lo ha fatto per me. Per mandarmi un messaggio.
Guardo distrattamente la casa di fronte: la finestra della signorina Bell è nascosta da uno strato verde scuro.
- Una cosa tipo 'piantala di spiarmi, brutto maniaco?'
Libo sbuffa, sedendosi vicino a me.
- Ma no. Una cosa tipo 'ho notato che nelle ultime due settimane avevi su un maglione verde scuro'.
Alzo gli occhi al cielo.
- Fossi in te spererei che non si sia accorta che son due settimane che non ti cambi i vestiti - dico, chiudendo con un schiocco secco la valigia rigida, persa nel caos della mia scrivania.
Libo si volta e mi guarda.
I suoi Pseudoflex scattano di nuovo, come avessero vita propria. Possibile che mi continui a dimenticare di che colore ha gli occhi mio fratello?
- Tu non capisci - risponde, tormentandosi i capelli arruffati.
Sorrido.
- Lo so - dico.

Ho deciso di noleggiare una monovolante al garage in centro.
Nova Due è a quattro ore, se mi metto in viaggio adesso.
Ci sono già stato un'altra volta, la strada non è difficile: un buon tergisabbia e un pieno di carburante sono tutto ciò che mi serve. Entro questa sera dormirò sotto una diversa scudostazione. Mi piace, anche solo l'idea. Quanto tempo è passato dall'ultima volta?
Libo mi accompagna saltellando dallo skatefly al marciapiede, tanto per scaricare la tensione.
Nell'ufficio metallico tutto sembra efficiente, lucido, pulito, nemmeno una ditata o uno sbaffo di polvere sui monitor, il pavimento con un sottile riflesso argentato a rispecchiare il sole di tarda mattinata.
La segretaria, bionda, ha un sorriso perfetto.
I suoi guanti tattili sono neri, eleganti, volano sulla tastiera senza sosta, anche mentre parla con me.
E' molto bella. Qualcosa nel suo cravattino lucido mi fa pensare alla mia camicia bianca, piegata nella valigia appoggiata ai miei piedi.
Scelgo una monovolante amaranto, ultimo modello sul mercato: ottimi tergisabbia e gran serbatoio, proprio come volevo.
Non amo particolarmente guidare.
La mia ultima ragazza diceva che è perché sono claustrofobico.
Non è vero. Non credo, almeno.
E' solo che mi sento già fin troppo in trappola all'idea di quel tetto di vetro che non posso vedere ma incombe sempre sopra la mia testa. Perché dovrei ridurre il mio spazio ancora di più?
Nemmeno la velocità, la sensazione dell'aria sotto gli alettoni, mi provoca quel brivido di cui molti parlano.
Che piacere posso trarre dal sapere che fuori l'aria sbatte contro i miei vetri al titanio se nemmeno un po' di quel vento mi tocca la punta del naso? Sentire le mie gambe che si muovono morbide sull'asfalto mi fa sentire molto più vivo.
Una monovolante corazzata, una scorta di ossigeno e un navigatore radar sono però l'unico modo per muoversi da una scudostazione all'altra, e per quanto volare sopra il deserto del mondo esterno mi metta sempre una certa tristezza, questa volta spero possa essere diverso.

- Ecco il totale, assicurazione compresa.
Mentre inserisco la mia carta di credito nel lettore, la segretaria si volta verso Libo.
- Non farà mica guidare lui, vero? - chiede, a voce troppo alta, mentre una ruga le spacca in due la fronte.
Mio fratello ha un sussulto. Sulla porta, a metà tra il binario dei vetri scorrevoli bloccati dal suo piede sullo skatefly e la strada rumorosa di voci, il sole si specchia nei suoi Pseudoflex, due pozzi di luce al posto degli occhi.
Stringo le labbra.
- No. Viaggio solo - dico.
E sbatto la mia patente magnetica sul bancone, spingendola verso di lei.
Non mi sembra più così bella. Non da camicia bianca di sicuro.

Quando Libo non ha superato l'esame per la patente di volo, non ne abbiamo parlato molto.
Troppe poche diottrie, hanno detto. E punto.
Io cerco di non pensarci, ma so che se non fosse per quegli stupidi Pseudoflex sulla punta del naso, forse andrebbe a bussare alla porta della signorina Bell, tende o non tende.
Per me è diverso. Io sono felice, di stare in silenzio.
A volte, addirittura, ci sono giorni in cui vorrei che non avessero mai inventato l'Auditum, giorni in cui ascoltare i discorsi della gente mi fa desiderare di essere sordo davvero, completamente.
Penso al professore di Nova Due. Penso al suo discorso sulle piante.
Chissà se le sue idee folli sono fondate, chissà se un giorno Libo potrà guidare qualcosa di più serio di uno skatefly?

Esco dal grande portone metallico, volteggiando lento, tanto per riprendere la mano coi comandi.
- Allora...
Libo non mi guarda, mentre lo lascio vicino al portone di casa.
- Allora torno presto - dico.
Lui scuote la testa, come per scrollarsi di dosso un'idea fastidiosa.
- Secondo me arrivi che lo hanno già internato, quello lì. Altro che bandane.
- Banane. E comunque sì, è probabile - sorrido - Cosa vuoi che ti porti, come souvenir?
Mio fratello sbuffa e apre lo sportello.
- Niente. Anzi: fatti internare anche tu, se ci riesci, così mi prendo la tua stanza.
E con uno scatto agile sparisce oltre il doppio vetro al titanio.

All'uscita della scudostazione, mentre i funzionari in divisa blu controllano i miei documenti, mi sento nervoso.
Ho scritto una e-mail al professor Postacchini, o almeno, a quello che sull'elenco videofonico sembrava essere lui. Una risposta automatica mi ha dato indirizzo e contatto vocale, ma preferisco arrivare là, prima di chiamarlo.
Non voglio perdere il mio entusiasmo. Se scoprissi che è tutta una montatura giornalistica, o che lo hanno davvero già internato come dice Libo, non partirei nemmeno più. Invece ne ho bisogno. E se qualcosa andrà storto potrò sempre dire di essermi fatto una vacanza.
I grandi portoni della scudostazione si aprono, lenti e maestosi: sono fuori.

Tra una scudostazione e l'altra non esiste nulla. Non esiste più nulla.
Dopo la Grande Distruzione, le radiazioni hanno devastato ogni centimetro del pianeta, uccidendo ogni essere vivente che non si fosse premunito in tempo e riducendo tutto il resto a spettri e rovine.
Gli uomini hanno raccolto le energie e le conoscenze rimaste e hanno costruito nuove città, gigantesche caverne di vetro e acciaio con microclima filtrato e sterilizzato. Si sono rintanati tra loro, hanno messo cerotti sulle ferite e nuovi processori ai loro computer.
In pochi hanno cercato di non farsi fregare dalla paura.
Ogni cosa che sembrava anche solo potenzialmente pericolosa, è stata eliminata.
Le piante. Gli animali.
Non è stato così terribile, credo. Semplicemente siamo diventati bravi a dimenticare.
Al calore del sole abbiamo sostituito il calore delle nostre invenzioni: dove la natura martoriata non riusciva più a soddisfare i nostri bisogni, là abbiamo messo una macchina.
Macchine per sentire. Per vedere. Per toccare.
Eliminato tutto ciò che non era necessario, ridotti i piaceri futili all'osso, ci siamo concentrati su ciò che poteva garantirci di vivere in un mondo dove il sole, il sole vero, è ormai offuscato dalle sabbie radioattive.
Mio padre diceva che dimenticarci di ricordare ci avrebbe portati a un punto di non ritorno.
- Siamo una razza in via d'estinzione - diceva - Il nostro tempo è scaduto.
Forse aveva ragione lui.
Io, però, ho sempre pensato che il tempo in fondo non è nulla più di un'illusione, come la pioggia programmata di Finley o il sorriso beffardo di Phoogle.
Tutti viviamo facendo progetti per il futuro, senza accorgerci che in realtà il futuro non esiste, che non lo raggiungeremo mai: il presente è l'unica cosa che possiamo toccare, ed è su questo che dovremmo concentrarci.
In questo nostro ultimo respiro di civiltà, io non so se ci sarà un domani, non posso saperlo e non voglio più aspettarlo: per questo sono partito. Per inseguire quel desiderio sulla punta della lingua con cui mi sono svegliato una mattina. Che sapore avrà una banana?
Ho bisogno di scoprirlo.

Mentre guido, mi scorrono brividi sudati lungo la schiena.
Volo veloce, con la mascella tesa.
Fuori dal mio finestrino è come fosse notte, la luce oscurata dal pulviscolo costante.
E' assurdo pensare che tra me e la morte certa per asfissia (o peggio) ci sia solo un sottile strato di carrozzeria al titanio.
Mi sento indifeso.
Eppure sono fuori, sono consapevole che oltre il tetto trasparente c'è il cielo, seppure ancora invisibile: il cielo vero, con le stelle vere, il sole, e tutto l'universo. Infinito, perso per sempre eppure così straordinariamente reale.
I polmoni mi si riempiono, è come un fiume di gioia che mi taglia il respiro: sono fuori. Fuori!
Schiaccio il pedale dell'acceleratore, sorridendo.
Abbasso gli occhi distratti sul navigatore radar per controllare la direzione.
E me ne accorgo.
A poca distanza dal mio puntino lampeggiante, il radar è nero.
Sterzo con uno scatto violento per evitare l'ombra scura che è apparsa all'improvviso.
Troppo tardi.

Mentre la monovolante gira su se stessa penso a quello che mi hanno sempre fatto credere.
La cosa che ti passa la vita davanti e rivedi le persone care. Tutte stronzate.
E se l'attimo prima di morire dovrebbe essere chiarificatore e sadicamente illuminante, rivelandomi il senso della vita quando ormai è troppo tardi per farne tesoro, l'unica cosa che riesco a pensare ora è: ''cazzo, sta succedendo davvero?''

In un rombo di sabbia e rocce, mi schianto sul terreno.

(continua)

5 commenti:

blumoon ha detto...

ciao inchiostro antipatico la tua storia inizia ad interessarmi anche se,ripeto,non è il mio genere.continuerò a seguirti..aspetto il terzo capitolo.

inchiostro antipatico ha detto...

grazie : )

H ha detto...

Inchiostro antipatico.. complimenti, davvero! storia davvero interessante, non vedo l'ora che continui ^^
Davvero ragazzi, non smettete mai di scrivere e non interrompete queste vostre opere, perchè già immagino la vostra gioia nello scriverle per voi stessi, provate ad immaginare quella invece del sapere che il proprio scritto sia interessante, seguito ed amato da qualcun'altro ^^

Buona continuazione di stesura!

H.

inchiostro antipatico ha detto...

grazie mille H per il tuo incoraggiamento ; )

Ellen ha detto...

Interesting to know.